Dov’e’ silenzio e spazio vuoto

Bacheca tendopoli all'AquilaDopo aver partecipato in questi giorni alla raccolta di materiale, oggi sono partito alla volta dell’Aquila per consegnare il tutto. Sorvolando sulla cronaca della giornata, quello che volevo condividere, soprattutto allo scopo di rielaboarle per me stesso, sono le sensazioni provate durante queste 10 ore.

In realta’ non e’ la prima volta che tento come posso di farmi prossimo, spezzando la retorica delle parole ed andando concretamente ad offrire quello di cui sono capace dove sembra essercene bisogno: mi sono gia’ misurato in passato con campi di servizio, orfanotrofi ed altre realta’ simili. Ogni volta una matassa di sensazioni nuove e diverse da rielaborare con calma nel tempo. Puntualmente, anche oggi e’ stato cosi’.

Non so dire di preciso cosa mi abbia colpito del paesaggio, visto prima dall’autostrada e poi dall’interno delle vie, ma sicuramente c’era qualcosa che aveva a che fare con il silenzio surreale, con l’assenza totale di persone in giro, di macchine per le strade, di rumori. Porte chiuse, e le tapparelle che non erano state divele, erano tutte abbassate. Una citta’,  piccola o grande che sia, e’ un corpo che pulsa, di cui avverti la presenza vitale, anche se flebile. E invece no, stavolta la città era silenziosa. Ma non un silenzo dormiente, un silenzio di vuoto.

E c’era silenzio anche nell’imbarazzo di chi entrava nella tenda da 8 posti che gli era stata assegnata, dove non sapevi ancora come comportati con i tuoi nuovi e forzati coinquilini, con i quali dividere per i prossimi mesi le mura domestiche di stoffa blu. Queste tende che, unite in ampie chiazze dalla perfetta precisione geometrica, facevano bella mostra di se in punti della città dove era chiaro che il loro colore non c’entrava nulla, che era stato messo li a forza, senza armonia, senza un contesto che volesse accoglierlo.

E comunque e’ vero: osservare con i propri occhi l’interno di un’abitazione, non piu’ gelosamente custodito dalle pareti ormai sventrate del palazzo, non ha avuto niente a che vedere con quello che ho provato quando la stessa cosa mi e’ stata narrata. Inutile portarsi in giro guardando Vespa in televisione che raccoglie in giacca e cravatta peluche tra le macerie, oppure ascoltare il bollettino dello share del TG1 durante gli speciali sul terremoto. Inutile pensare che seguire con interesse quanto i media mi propinano di un dramma esprima la mia vicinanza a chi il dramma lo sta vivendo. Inutile, sto solo anestetizzando la coscenza, secondo modalita’ ormai ben collaudate. Inutile, e da egoista. Per essere veramente solidale con gli altri, non c’e’ altra strada che sporcarmi le mani con gli altri. Nell’amicizia come nel lavoro, nelle risate come nelle tragedie. Non si puo’ parlare di solidarieta’ quando questa e’ mediata da un qualunque altro soggetto. L’amore, per essere pieno, va condiviso. Io ancora non sono mai riuscito a trovare un’amore, o una sua diretta derivazione, vissuto singolarmente.

E poi il messaggino da un’euro mi fa tanto di approccio consumistico alla solidarieta’. Siamo cosi’ succubi del potere del denaro da riuscire anche a comprarci la tranquillita’ di aver fatto qualcosa per chi e’ stato piu’ sfortunato di noi.  Quanta arroganza in questa supposizione.

Di una cosa ero sicuro prima di partire, e ne sono ancora piu’ sicuro ora, una volta tornato: non devo assolutamente lasciar chiuso nel cassetto dei ricordi quello che ho visto oggi, non devo fargli perdere priorita’ davanti a tutti i miei pensieri: quando tra qualche settimana i riflettori dei media si occuperanno di altri casi facendoli diventare forzatamente notizia, arrivera’ il tempo dell’aiuto silenzioso, quello che c’e’ ma non viene ne’ visto ne’ raccontato durante una chiacchierata sul piu’ e sul meno, quello che non aggiunge commenti e like di apprezzamento su Facebook per quanto stai facendo. Quello che, o lo racconti a chi ha vissuto un’esperienza di servizio simile, oppure e’ inutile che ci provi, tanto riuscirai a trasmettere ben poco.  Chissa’ se un paio d’anni basteranno.

Non voglia fare la predica a nessuno, ci mancherebbe… Come ho scritto all’inizio, queste righe sono per me. Ed e’ sempre questo cavolo di dolore che ti fa crescere.

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