New year (not yet), new life (not really), new theme (oh yes)!

A couple of changes happened to this blog: the main language and the theme.

Language: I feel the (fake) need to write to a more international audience, and I need to practice more with English, so the choice is easy ;)

Blog theme: after the first “Rainbowbreeze” theme I’ve created when I moved to WordPress more that 5 year ago, I finally switched to a new theme: DW_Minion by Designwall. Responsive, polish, linear and with still some yellow. Considering my very limited graphic ability, I think this is a good compromise.

Some small changes I applied to the default theme (Appearence -> Customize -> Custom Code -> Header Code):

<style>
#secondary {
 display: none;
}
 
.primary-inner {
 margin-right: 0;
}
 
#post-format {
 display: none;
}
 
@media (min-width: 768px) {
 .site-nav .widget {
 padding-top: 20px;
 margin-top: 20px;
 }
}
 
.lt-ie9 #page {
 padding: 40px 40px 0;
 margin-left: 40px;
}
@media (min-width: 1200px) {
 #page {
 padding: 40px 40px 0;
 }
}
 
.aktt_credit {
 display:none;
}
</style>

Basically, I totally hidden the secondary (right) column of the theme, some small changes to margins and paddings while on a desktop screen and other minor stuff.

Suggestion on improvements? Let me know!

CodeTheFuture @ Frog Milano, NinjaBoo e un altro hackathon nello zaino

NinjaBooSperimentare, stupirsi, scoprire nuovi tool ed esplorare scenari innovativi e divertenti anche se un po’ strampalati. Questo il mio approccio quando partecipo ad un hackathon, e CodeTheFuture, organizzato da Frog Design a Milano, non ha fatto eccezioni.

Su cosa mi sono divertito stavolta? Grazie a Fiorenza che ha portato un MindWave (e che ci ha messo l’idea di base), ci siamo giuggiolati nel creare una specie di nascondino mind-powered. Ambientato in un dojo dove si addestrano i ninja, lo scopo del gioco di tutti i giocatori e’ quello di scovare gli altri e fare un bel “Boo” alle spalle per farli spaventare e fargli perdere una vita (spavento rilevato appunto attraverso il MindWave). Ma attenzione, perche’ se si e’ troppo agitati mentre si va alla ricerca degli altri, il proprio smartphone inizia a suonare ed illuminarsi, rendendo piu’ facile essere trovati. Insomma, occorre essere calmi e letali nel fare “Boo”, controllo che solo i veri ninja sanno avere. Cosi’ e’ nato NinjaBoo.

Tecnologicamente parlando, io e Fiorenza ci siamo occupati di creare l’app Android che gestiva il gioco e leggeva i dati del MindWave, Christian ha realizzato il backend in PHP per raccogliere i giocatori partecipanti e tenere aggiornata la classifica delle morti di ognuno durante il match (rilevate e trasmesse dallo smarthphone) e poi ho creato un’app su Android Wear per avere sotto controllo le proprie morti e il tempo mancante alla fine del match con un semplice gesto del polso. Tutte le lodi del mondo a Laura che, da brava visual designer, ha saputo rendere la nostra idea bella, presentabile e usabile!

Un paio di considerazioni sul MindWave sono d’obbligo: Collegabile via bluetooth, l’aggeggio legge le onde celebrali, fa i suoi calcoli e restituisce tre valori: livello di emotivita’, livello di attenzione (entrambi su una scala discreta da 0 a 100) e occhi chiusi o aperti, una o due volte al secondo circa. Questi due valori hanno andamenti direi “un po’ bizzarri”, pero’ in situazioni abbastanza stabili sono accettabilmente veritieri. Ad esempio, ascoltando una canzone che piace, il livello di emotivita’ e’ quasi sempre a fondoscala e quello di attenzione quasi sempre vicino allo zero, perche’ l’azione e’ qualcosa che facciamo con piacere e quasi distrattamente. Se invece cantiamo la stessa canzone, anche l’attenzione sale di molto, visto che cantare impegna molte risorse (seguire il testo, ricordarsi le parole, modulare la voce, cantare ecc). Anche pensare a certi concetti felici fa salire l’emotivita’ e mantiene bassa l’attenzione, ma pensarci troppo fa salire quest’ultima. Insomma, due valori sono pochini per fare grandi “letture del pensiero”, ma quando si considera il contesto, allora qualche deduzione e’ possibile. Con questo approccio abbiamo “intervistato” dei volontari scelti mettendoli a loro agio, facendo domande facili e tranquille, e poi spaventandole improvvisamente per registrare come variavano i loro livelli (come valori nel tempo), e alla fine abbiamo trovato un modello accettabilmente preciso che rilevasse questo picco di paura. Divertentissimo, per noi sicuramente, per gli intervistati forse un po’ meno ;).

Pur essendo ancora troppo invasivo per passare inosservato, gli scenari che si aprono sul suo utilizzo sono comunque molteplici. Interessante pensare ad un prof o un relatore che riceve feedback immediati sul livello di attenzione (e di occhi chiusi) durante la propria lezione direttamente da MindWave indossati dall’audience, cambiando stile di presentazione oppure rompendo gli schemi quando questo scende troppo. Inoltre una sessione di laser game (o soft air) offre il perfetto scenario dove indossarli, dovendo gia’ portare un casco. Che dire: siamo agli inizi, ma la percezione che ne vedremo delle belle ed interessanti e’ davvero forte.

PartecipantiParlando dell’hackathon in se’, giudizio piu’ che positivo, esperienza da consigliare! Cercando il pelo nell’uovo, c’e’ qualcosina che avrei organizzato diversamente. Piccole migliorie nella cura dell’ambiente soprattutto. Ad esempio con musica durante l’evento: vero che si possono sempre usare le cuffie, ma mettersele automaticamente ti isola. E in un hackathon contaminazione e condivisione sono tutto. Inoltre, nonostante pranzo e cena siano stati davvero di qualità, avrei aggiunto qualche snack, delle barrette, un po’ di frutta e paninetti sparsi per calmare i morsi della fame durante il resto del tempo. E magari anche l’orario: con lo stop al codice alle 21 e proclamazione dei vincitori alle 23.15, chi doveva tornare a casa lontano da Milano non ha avuto vita facile. Infatti dei ragazzi di Roma sono dovuti scappare appena fatta la loro demo (tutto il mio rispetto per essere venuti), io ho preso l’ultimissimo treno utile per Pavia e i ragazzi di Bologna anche avevano almeno un paio d’altre ore davanti per tornare a casa. Comunque puntigli, niente di piu’.

Pensando invece a cosa e’ andato magnificamente, direi su tutto il numero di partecipanti: avere 5 team a presentare gli hack realizzati ha permesso di scendere nel dettaglio delle idee, *giocare con i prototipi realizzati* (e non con 3 slide a team da mostrare in rapida successione nel mezzo di un susseguirsi ininterrotto di altre presentazioni), fare domande, discutere. Sorridere e non sbadigliare. Ed ha anche permesso ai design di Frog di seguire i vari team, fornire supporto e cultura dalla fase di brainstorming a quella di presentazione, a me di scoprire gli hack degli altri team durante la giornata, un po’ dando una mano con qualche problema da risolvere, un po’ curiosando. Tutto ossigeno per la mia mente!

NinjaBoo, the winner team of CodeForFuture Come dicevo all’inizio, adoro gli hackathon perche’ sono il vero (e direi anche unico) momento creativo di un team (dev e designer) libero da ogni vincolo di obiettivo necessariamente significativo. Puoi tentare un’idea, disegnarla e codarla perche’ ti piace, sperimentando nuovi tool (ma dove ero io quando hanno pubblicato Retrofit per Android? Tutte le librerie dovrebbero essere fatte cosi’ bene!!) per il solo gusto di metterci le mani sopra. E’ il momento magico del dev per uscire dalla propria zona di comfort ed esplorare. Rischiando solo un po’ del proprio tempo, ma ricevendo in cambio sensazioni positive, cultura e, soprattutto, un sacco di nuove e utilissime interazioni sociali. E no, non devono essere necessariamente l’occasione per “fare una startup”, ci sono altri eventi per quello.

Vabbe’, puoi quando vinci anche, allora “Everything is awesome“! ;)

Un altro hackathon, un’altra bella esperienza da ricordare

HackItaly 2013“Se ci sono cose che senti come parte di te, e’ inutile combatterle o reprimerle, piuttosto dai loro corso, e troverai la felicita'”. Con questa autocitazione d’altri tempi in mente, dopo una pausa forzata durata quasi due anni, ho deciso che era il momento di sporcarsi nuovamente mani e piedi con il codice, perdere un bel po’ di ore di sonno, pensare a come realizzare un’idea infattibile in un tempo improponibile. E via, macchiva direzione HackItaly Camp.

Nessuna cronaca dell’evento, ma solo alcune considerazioni di varia natura.

La prima: perche’ lo fai? Questa e’ facile: perche’ abbiamo l’obbligo morale di vivere quanto piu’ possibile nel nostro stato di flow. E quando codo durante un hackathon, a me capita proprio questo. Totalmente perso nell’idea da implementare, irrimediabilmente assorbito nella bolla che l’evento crea per le 7/10/12/24 ore della sua durata, appassionatamente immerso in pensieri creativi. Avere gia’ chiaro quello che ti aspetta mentre le tue mani danzano, quasi da sole, su quello che stai ancora facendo. Solo possibilita’, qualche problema da risolvere che separa da queste, e la piu’ completa, disinteressata e coinvolgente gioa del fare. Fallire, perche’ tra la fretta, la stanchezza, i cambi di luna e le distrazioni, di errori ne fai tanti. Ma poco importa, perche’ si va ad un hackathon per immaginare, per creare, per divertirsi. Materia creativa allo stato grezzo, di colore bianco puro: tutto dipende dalle tue decisioni e dalle tue capacita’. E’ una delle piu’ belle palestre per crescere nella consapevolezza dei propri limiti.

La seconda: con chi lo fai? Con chi so capace di condividere questo tipo di approccio. Se poi sono amici di lunga data o ragazzi conosciuti sul momento, poco importa. La bella cosa dei dev, quelli veri, e’ che non fanno distinzioni di titoli, stato sociale, ruolo sul lavoro o esperienza. Se vedi che anche l’altro (o l’altra) ha quello sguardo furbetto di chi sa titillarsi nello sperimentare, compiacersi di aver fatto una cosa nuova sbattendo e risbattendoci il muso, preso dalla tecnologia e dalla voglia di metterci su le mani (se riconosci in lui, insomma, alcuni tratti tipici dell’essere nerd), tanto basta per essere subito amici.

La terza: come potresti farlo meglio? Come per ogni cosa, c’e’ sempre spazio per migliorare. Grande cruccio di questi hackathon cosi’ grandi (saremmo stati in pocomeno di 300) e’ la gestire della fase di presentazione di quanto realizzato. Pitch di 1/2 minuti, per rimanere nell’oretta e mezzo di tempo, purtroppo spesso vanificano le 24 ore di lavoro, possono banalizzare le cose fatte dai team e diluiscono la passione e lo sforzo che ci sono voluti per ottenerle. Vero che l’importante di un hackathon non e’ vincere, ma divertirsi, pero’ la condivisione del proprio hack rimane un tassello fondamentale di quel divertimento, almeno per me. Perche’ insegno qualcosa, perche’ imparo moltissimo dagli altri. E ancora non sono riuscito a trovare una buona soluzione di compromesso, anche negli eventi che ho realizzato io stesso, Android University Hackathon compreso.

Inoltre, proprio perche’ creare il tuo hack ti assorbe cosi’ tanto, c’e’ il rischio di chiudersi in un ermetismo da sviluppo. Per ovviare a questo problema, oltre ad organizzare attivita’ sociali durante l’evento (cena ed altro), si potrebbero anche dare dei “punti socialita'” ai team che si impegnano, in qualunque modo, a rendere l’intero evento piu’ social, piu’ condiviso.

La quarta: cosa ti riporti a casa? Ovviamente del gran divertimento, nuove avventure condivise con i miei amici, le riflessioni fatte fino ad ora e il fatto che la multidisciplinarita’ che scaturisce dal contatto con gli altri e la voglia di buttarsi vincono sempre. Perche’ un hackathon, alla fine, questo ti insegna: essere dannatamente focalizzati verso un’obiettivo creativo, con il sorriso pero’ sulle labbra, assieme ad altre persone. Grazie a FrancescaPaolo, Marco per questa avventura :)

Dalla prima email agli occhiali intelligenti, Universita’ di Pavia

Difficile pensare che sia tutto partito da un semplice messaggio trasmesso nella primitiva ragnatela del web. Eppure oggi abbiamo i social netwok, gli OpenData, e persino macchine in grado di guidarsi da sole. Un viaggio tra le più importanti rivoluzioni che l’informatica ha introdotto nella nostra vita quotidiana, senza tralasciare temi come privacy, community, cybercrime, e computer così piccoli da stare in un paio di occhiali.

(6 Giugno 2013, Universita’ di Pavia)

WhyMCA, riguardando ai miei 3 anni di Mobile Revolution.

Anche quest’anno si e’ conclusa la “WhyMCA Mobile Developer Conference“, e con un paio di settimane per far decantare il tutto, e’ tempo di tirare qualche somma. Della conf, dell’anno WhyMCA, dell’intero progetto.

Togliamoci subito questo dente e parliamo delle cose brutte.

Sono tre anni che tentiamo di fare la conference in universita’, ma ci siamo riusciti solo la prima volta. La gente in genere racconta che per avere successo in questa impresa occorre conoscere uno o piu’ docenti che siano interessati all’idea, abbiano un minimo peso / influenza all’interno delle sfere decisionali universitarie o conoscano persone che ne abbiano, si facciano portavoci della causa accollandosi rischi e benefici che “il fare qualcosa” di extra richiede, che sappiano dove trovare spazi per un numero adeguato di partecipanti e sappiano compilare le giuste carte burocratiche. Ma davvero l’universita’ italiana deve ancora funzionare cosi’? Passare per amici di amici che ti fanno favori per un qualche tornaconto personale oppure perche’ davvero ci credono? E’ davvero impossibile pensare ad una figura che realmente e facilmente si possa contattare e a cui proporre questo genere di iniziative, che verifichi se quanto proposto sia in linea con l’orientamento culturale dell’ateneo (giusto per essere sicuri che non si voglia mascherare un incontro di burlesque con un evento per sviluppatori), controlli su un calendario condiviso se gli spazi richiesti sono liberi, fissi un prezzo per confermare l’accordo, servizi aggiuntivi compresi quali catering, connettivita’ ecc e sottometta tutto all’organo accademico di competenza per adempiere alla parte burocratica necessaria? E’ davvero tanto difficile pensare ad un impiegato dell’uni con queste mansioni e con queste responsabilita’? Eppure nel 2012 noi ancora non ne abbiamo trovati di funzionanti tra Milano e Bologna, tranne un paio di eccezioni. Magari e’ una nostra incapacita’, ma inizio a credere che sia un problema sistemico dell’uni italiana. Facciamo cultura, oltretutto gratuita, perche’ l’uni deve esserci da ostacolo nella sua divulgazione e non da aiuto? Davvero triste.

E’ alquanto difficile trovare strutture che offrano una connettivita’ adeguata per un evento di 300 e piu’ persone. Strutture che chiedono anche 2 mila euro per una plenaria da 400 posti e poi non sono in grado di supportare diciamo 100 connessioni contemporanee e 300 in totale. D’altronde, quando trovi 2 prese di corrente per tutta la sala, capisci subito che sono soluzioni progettate 10 anni fa e mai adeguate, idem come l’infrastruttura di rete. E quando ti chiedono 10-15 euro a giorno per ogni connessione, la voglia di prendere 3 access point, un router/nat e farsi le cose fatte in casa viene, eccome se non viene…

E’ difficile trovare speaker su certi temi in Italia, e questo ritengo dipenda sostanzialmente dalla mancanza di community “nazionali” intorno a certe tecnologie/piattaforme, non tanto dalla mancanza di competenza. Prendiamo la Call For Paper del WhyMCA: i temi della nostra conference partono dal basso, poi noi organizzatori selezioniamo quelli che riteniamo piu’ adatti all’evento. Quest’anno 1/3 delle proposte che ci e’ arrivato e’ stato per Windows Phone e Windows 8, i restanti 2/3 per tutto il resto (Android, iOS, mobile web, crossplatform, mobile vision). Proporzioni sbilanciate che confermano che per far crescere certi prodotti, oltre ad un appeal del prodotto stesso, ci vogliono community distribuite sul territorio e anche un minimo di coordinamento tra queste. Luoghi dove i dev, tra i loro pari, possano perdere la paura di “parlare in pubblico”, dove sia naturale avviare discussioni intorno a certi temi, tecnologie ed utilizzo delle stesse che possano poi diventare “trend” oppure “best practices” conosciute e seguite dal gruppo e dai gruppi (fino ad oltre i confini nazionale). Sono un sognatore, lo so, ma finche’ si ha la capacita’ di sognare, c’e’ anche la possibilita’ di cambiare le cose.

Triste che Mozilla e altre community incentrate su GNU/Linux e free software ci abbiamo praticamente ignorato su tutta la linea, sia in occasione della conference, sia in occasione dell’hackathon durante il Codemotion. Potremmo anche essere fuori target (dubito), ma l’educazione nel dare una risposta, anche se negativa, non si dovrebbe negare a nessuno, sopratutto per realta’ che fanno della community una delle loro principali caratteristiche. Poi lo stesso comportamento lo abbiamo visto dai canali istituzionali di molte grosse aziende, italiane e non, ma che ci vuoi fare? Se il tuo business non sono gli sviluppatori, ovviamente non sai come trattare con loro e come capire quali sono le cose importanti per loro. Lanciare un concorsino ogni tanto e’ utile, ma si potrebbe fare molto di piu’.

Ho una startup da farmi finanziare” e’ il nuovo trending topic italiano in questi ambienti. Tra l’altro, sembra che ora tutti abbiano fame di mobile developer bravi, senior, che siano svegli e conoscano bene la tecnologia, che sappiano gestire problemi anche complessi, sostenere ritmi molto serrati e che accettino di lavorare quasi aggratis con la promessa che 1 su 10 ce la fa. Ma dico, e’ un rewording del vecchio “Cerco neolaureato con minimo 3 anni di esperienza sul campo”? Di gente brava non ce n’e’ mai stata tanta, in nessun campo, e i bravi in genere sono svegli e si scelgono le occasioni migliori, proprio perche’ sono bravi e svegli. Ritengo che oggi sia solo un colpo di fortuna trovare un bravo non ancora troppo sveglio. Poi, se tutti vogliono quelli bravi ma nessuno e’ disposto a sostenere l’onere di far crescere qualcuno e farlo diventare bravo, non e’ forse un tantino da scaricabarile? Si cresce assieme, si suda assieme, si perde assieme, si vince assieme, si ama assieme. Cosi’ si fa sistema e cultura, non solo sfruttando le risorse che ci sono senza preoccuparsi di crearle e/o reintegrarle.

 

Fatte salvo queste piccole negativita’, il mio bilancio personale e’ totalmente spostato sulla lancetta del positivo, grazie alle tante cose belle.

La fine del 2011 e l’inizio del 2012 ha visto il boom degli hackathon in Italia. Noi l’anno scorso abbiamo proposto il primo hackathon italiano sul mobile e penso sara’ stato il secondo hackathon su vasta scala di tutta la penisola. Poi da settembre/ottobre 2011 e’ stato tutto in fiorire di queste iniziative, anche grazie al volano dei vari startup weekend. Non posso che esserne felice: chi partecipa sa bene che ogni hackathon e’ un’esperienza unica, dove si impara molto, dove ci sono ottime occasioni per affilare la propria fantasia e la propria conoscenza dei tool di sviluppo e tecnologie, dove il networking con i partecipanti riserva sempre grandi soddisfazioni. Keep going hackers, vediamo se riusciro’ ad organizzare qualcosa anche in versione rosa, ma adesso che anche in Italia finalmente e’ arrivato questo modo di fare e di imparare, non facciamolo morire.

Sentire il supporto della community e’ davvero meraviglioso. A febbraio un’imponente nevicata a Bologna ci ha costretto a posticipare Hack Reality. Prima della decisione, ci sono arrivate email tipo: “Mi chiedevo se fate lo stesso l’evento nonostante la neve. Sarebbe meglio di no, ma se si, faro’ di tutto per esserci“. Oppure: “Spostare l’evento e’ stata la scelta giusta, anche se non facile. Ci vediamo tra due settimane, non vedo l’ora“. Contattare qualcuno per chiedergli di tenere un intervento, aiutarlo nel vincere l’incertezza, rassicurarlo e supportarlo, per poi inaspettatamente ricevere i suoi ringraziamenti finita la conf perche’ “E’ stata davvero una bella esperienza. Grazie di avermi invitato.“. Questi fattori motivazionali “estrinsechi” sono davvero utili ed aiutano a dare il massimo in quello che si sta facendo. E mi danno la carica per rinunciare a cosi’ tante ore del mio tempo libero per continuare. Inoltre, sarebbe importante ricordarsi della loro efficacia anche per gli ambiti lavorativi. Son cose. Note a molti, ma sono cose.

Durante Hack with Emotion a Roma ho chiesto in quanti partecipavano per la prima volta ad un hackathon. Tra i 70 e piu’ presenti c’erano molti giovani, quasi tutti universitari e qualcuno anche meno. Buonaparte hanno alzato la mano. A quel punto ho temuto davvero di correre il rischio di fargli vivere una brutta esperienza, di poter rovinare il loro rapporto con un hackathon. Poi ci sono stati gli applausi che si sentivano nei team ai primi successi, la grinta fortissima all’1 di notte, le facce assonnate ma rapite e contente alle 4, la stanchezza ai primi cornetti mattutini, il silenzio della mattinata che era tutto un codare e provare, codare e provare, e qualche volta addormentarsi a turno davanti al monitor, la tensione durante il breve tempo della presentazione degli hack, culmine di tutte le energie spese per modellare e realizzare un’idea *insieme*. Emozioni uniche che ho condiviso con tantissimi che non conoscevo e continuo a non conoscere, ma non importa. Quando si parla di innovazione, di giovani e di posto per loro nella societa’, evitiamo di riempirci la bocca e riferiamoci ai fatti. E questi hackathon, come tante altri iniziative, sono dannatissimi fatti dai quali partire. Ancora una volta universita’ e creativita’ per realizzare qualcosa di unico.

Mi riallaccio all’ultimo punto negativo per dire che la richiesta di developer su tutte le piattaforme mobile e’ alta: tirare fuori i libri e studiate, appassionatevi e collaborate con un progetto comunitario per capire come vengono applicate certe soluzioni in contesti reali e perche’ fa CV. Realizzate idee partendo da semplici esigenze reali, anche se non siete i primi a farlo. Aiuta a capire e rende capaci di trasmettere la propria passione. Datevi da fare quest’estate con l’autoformazione (si puo’ codare benissimo in montagna o sotto l’ombrellone), magari potete iniziare con piccole collaborazioni freelance per farvi le ossa. Investire in questi temi e’ una mossa vincente, ma occorre essere smart, perche’ da quando vendono i corsi per sviluppare su iOS in edicola, il livello medio di quello che si trova in giro e’ drasticamente basso e occorre sapersi distinguere. La buona notizia e’ che basta poco per farlo.

Adoro, adoro, adoro creare interesse e discussioni intorno ad un mondo tanto dinamico e innovativo come quello del mobile: rispetto a 365 giorni fa sono cambiate molte cose e buonaparte delle sessioni di quest’anno trattavano temi o strumenti che neanche esistevano un’anno fa. Quando abbiamo iniziato con l’idea di WhyMCA, ormai 3 anni orsono, se scrivevi in una mail mobile, veniva letto mobile (esatto, quello delle case, spesso di legno, dove si mettono le cose) e non mobail. Poi circa 2 anni fa abbiamo visto come i dev iniziavano a guadagnare importanza sulla scena, fino a diventare dall’anno scorso le rockstar del palcoscenico. Finalmente qualcuno di importante aveva trovato uno dei veri luoghi nei quali nascono le idee. Non so cosa succedera’ nei prossimi anni, ma per me e’ affascinante essere dentro a questo vortice di innovazione e di cambiamento (in meglio) dell’uso di artefatti cognitivi che teniamo nel palmo della mano. Tra l’altro, qualcuno dice che presto non li terremo neanche piu’ in mano, li useremo e basta.

Uno dei prossimi passi che vorrei fare sara’ quello di far dialogare il mondo dei dev e dei designer. Quando li vedi lavorare assieme e’ fin troppo chiaro che sono le due facce della stessa medaglia. Certo, e’ un cambiamento culturale per molti, ma come WhyMCA mi piacerebbe tentare, come abbiamo tentato 3 anni fa di far parte della “mobile revolution” che stava accandendo intorno a noi, all’insaputa di molti.

In ultimo, inutile nascondere che essere tra gli organizzatori di queste cose puo’ pesantemente dare una svolta alla propria carriera professionale. Se non sapete ancora, presto capirete ;)

Scusate la lunghezza del post, ma 3 anni, 3 conferenze, 4 happy hour e 3 hackathon iniziano a non essere pochini. ;)

Apps4Italy ed Eureka!, come trovare il posto migliore dove vivere

Logo EurekaSono passati diversi anni da quanto Tim Berners-Lee ha iniziato a diffondere lo slogan “Raw Data Now” e oggi l’attenzione di governi ed opinione pubblica sta finalmente dando risalto agli OpenData e sul fenomeno delle SmartCities. Anche in Italia, nonostante il ritardo rispetto ad altri paesi, stanno prendendo piede iniziative riguardanti questi temi. Una di queste e’ stata Apps4Italy, un bel concorso volto a premiare applicazioni, idee e visualizzazioni che sfruttano dei dataset italiani (Istat, comuni, regioni e tanti altri), senza vincoli di piattaforma ed utilizzo.

Lodevole iniziativa, dato che spesso quando ci si avvicina al settore pubblico e si parla di OpenData, alla domanda: “Bellissima teoria, ma poi che ci si puo’ fare”, i meno visionari hanno bisogni di esempi concreti di utilizzo, e uno degli scopi di Apps4Italy e’ stato sicuramente quello di fornire tanti spunti per dare risposte.

Preso bene dai temi e dagli scopi dietro ad Apps4Italy, intorno ad Ottobre ho deciso di partecipare anche io con la mia idea, che poi si e’ concretizzata in “Eureka!“. Lo scopo principale del progetto e’ quello di ottenere un indice di qualita’ della vita geolocalizzato e “zoomabile”, che puo’ andare dall’area di una provincia fino ad arrivare al dettaglio dei quartieri delle citta’ che la compongono. Un’heat-map che parte dal rosso per indicare una pessima qualita’ della vita e via via tende al verde dove questo fattore migliora. Abbiamo scelto tre categorie intorno alle quali collezionare dati: economica, sociale e ambientale. Per ognuna di queste ci sono diversi indicatori come ad esempio il numero di superamenti del pm10, il costo della vita e tanto altro che possono essere inclusi o esclusi dal risultato finale, in modo da considerare solo i parametri che contano soggettivamente per l’utilizzatore.

La particolarita’ vera del progetto pero’ e’ quella di creare dati con cui alimentare le statistiche del sistema, e non basarsi quindi solo sui dataset esistenti. Primo passo per raggiungere questo obiettivo sono le GreenStation, degli apparati in grado di misurare l’opacita’ dell’aria e altri dati ambientali che vengono poi collezionati e inclusi nell’algoritmo di calcolo dell’indice di qualita’ della vita. Capita spesso, infatti, che le rilevazioni del pm10 non siano fatte in tutte le zone delle citta’, mentre con una GreenStation ognuno puo’ rilevare la qualità dell’aria cosi’ come viene respirata dalla propria finestra di casa. Tra l’altro, le GreenStation possono anche essere autoprodotte dato che sia gli schemi di assemblaggio che il protocollo di comunicazione con il server sono pubblici. L’evoluzione digitale dei lenzuoli che un po’ di anni fa Lega Ambiente aveva chiesto di appendere alla finestra per mostrare a tutti il livello di inquinamento. Innovazione partecipativa, ognuno e’ in piccola parte responsabile del benessere della collettivita’ di cui e’ parte.

E che dire di possibili, future, survey per chiedere direttamente agli utenti di Eureka! se ci sono stati casi di malattie come cancro, leucemia, gravi problemi cardiovascolari o respiratori verificatisi nella loro cerchia di famialiari e amici? Dati su malattie geolocalizzati e temporalmente collocati, che potrebbero far emergere correlazioni tra il loro accadere e altri fattori collezionati da Eureka!. La sanita’ italiana sembra essere restia a concedere queste informazioni, tirando in ballo una possibile violazione della privacy dei dati rilasciati, anche se basterebbe una forma aggregata e del tutto anomima per fare importatissime analisi sull’andamento della nostra salute nel tempo, cosa che reputo prioritaria nelle attivita’ di uno Stato.

Per farla breve, e per tornare ad Apps4Italy, l’idea e’ piaciuta, assieme al client per Android che ho realizzato per darle un corpo, e siamo rientrati tra i 35 finalisti tra quasi 200 proposte arrivate. Ma non solo, dato che siamo anche risultati vincitori con una menzione speciale nella categoria “Applicazioni” e ci siamo portati a casa un piccolo premio in denaro.

Nonostante sia stato contentissimo di questa iniziativa e tutto il mio supporto va alle persone che l’hanno resa possibile, purtroppo devo direi che secondo me si e’ rovinata proprio nel suo, importantissimo, momento finale. Questi i motivi principali:

  • mancanza di un canale di comunicazione e mancato rispetto delle scadenze dichiarate: puntualmente c’era sempre almeno un giorno di ritardo rispetto a quanto dichiarato come data per la pubblicazione dei finalisti e dei vincitori e alle diverse email che ho mandato / tweet scritti da altri non c’e’ stata praticamente mai una risposta. Il che, ovviamente, ha alimentato qualche polemica e non ha facilitato chi doveva prenotare treni/aerei per venire a Roma, come il sottoscritto.
  • l’evento conclusivo di premiazione e’ stato, a mio avviso, un gran fiasco. C’era la possibilita’ unica di far dialogare istituzioni, imprenditori e gli ideatori delle tante proposte arrivate, e invece il tutto si e’ consumato nella piu’ assoluta formalita’ e isolamento. Bastava essere nella sala per vedere le prime 6-7 file occupate da giacche e cravatte, e dietro un genere ben diverso di persone e abbigliamento, e questi due blocchi non si sono mai mischiati tra loro. Sarebbe bastato un banalissimo aperitivo offerto a conclusione della cerimonia (l’evento si e’ svolto il sabato dalle 10 alle 12.30 circa), sarebbe bastato dare 2 minuti ai primi classificati di ogni categoria chiedendogli di raccontare cosa li ha portati a partecipare, le loro idee e le loro visioni, la loro storia insomma, e invece hanno avuto la parola molti personaggi che, purtroppo, hanno contribuito ad alimentare sensibilmente la quantita’ d’aria fritta respirata. Impossibile dimenticarsi di quell'”Abbiamo scoperto che anche in Italia esistono sviluppatori capaci di scrivere codice“. Non aggiungo altro :(
  • Dato il calibro degli attori coinvolti nell’organizzazione, non faccio fatica a pensare che era possibile far partecipare all’evento VC, imprenditori, figure insomma in grado di prendere le tante delle idee arrivate e trasformarle in opportunita’. D’accordo che soprattutto in Italia e’ difficile trovarli, ma da qui a non averne neanche visto l’ombra, ce ne passa.
  • Non c’e’ stata copertura mediatica di quanto e’ nato in seno all’iniziativa. Fin troppe persone in Italia si erigono a paladini dell’innovazione, promotori dei giovani talenti e di un brillante futuro per chi ha voglia di cambiare, e poi occasioni come questa, dove coraggiosi partecipanti cercano di innovare il settore pubblico (e non solo), vengono praticamente ignorate da tutti i tipi di media. A parte un articoletto su Repubblica assolutamente non esaustivo, non mi sembra ci siano state altre reazioni. E dell’intervista fatta per CheFuturo non c’e’ traccia alcuna. Bisogna dare visibilità ad iniziative come questa, comunicano coraggio, intraprendenza, voglia di cambiare, capacita’ di farlo. E lo comunicano con i fatti.

Comunque, una brutta conclusione non fa brutto tutto un evento, quindi 1000 di questi Apps4Italy, e sono anche contento che la corsa agli hackathon e altre iniziative italiane sugli OpenData sia gia’ iniziata (e ve lo dico perche’ con WhyMCA abbiamo gia’ qualcosa in serbo per Settembre).

Tre cose comunque mi “porto a casa” dopo questa avventura: lavorare con un gruppo di persone accomunate da una passione di fondo da sempre delle grandi soddisfazioni, spero che OpenData e SmartCities non siano solo delle keyword che passeranno presto di moda, la qualita’ di molti dataset disponibili e’ pietosa oppure estremamente vecchia e di strada da fare ce n’e’ ancora parecchia.

Il servizio Cinema di ItaloTreno anche su Android

Alla mia prima esperienza su ItaloTreno, ho notato che nel portale interno c’e’ un servizio di video on demand gratuito per i viaggiatori. Molto comodo se di dispone di un portatitle, impraticabile da tablet e smartphone Android. Ma grazie ad un po’ di sperimentazione, alla fine sono riuscito a vedere i film anche sul mio Galaxy Nexus.

** DISCLAIMER **: quanto segue e’ il risultato di alcuni tentativi con scopi puramente accademici, non e’ mia intenzione incitare utilizzi dei contenuti del portale che vadano oltre quanto consentito dal portale stesso.

Per prima cosa ho aperto un video dal portatile e ho dato un’occhiata al codice sorgente della pagina, nel caso specifico “Burn after reading”. Questa parte qui mi e’ sembrata subito interessante:

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    'height': '545',
    'provider': 'rtmp',
    'modes': [
      {type: 'flash', src: '/bundles/ntvportal/flash/player.swf'},
        {
          type: 'html5',
          config: {
           'file': 'http://portal.italolive.it:1935/vod/_definst_/mp4:movies/Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4/playlist.m3u8',
           'provider': 'video'
          }
        }
    ]
  });
</script>

Ho quindi provato ad inserire nel browser l’url che appare nel secondo parametro file, cioe’ questa: http://portal.italolive.it:1935/vod/_definst_/mp4:movies/Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4
ottenendo la seguente risposta dal server:
Wowza Media Server 3 Special Perpetual Edition 3.0.4 build1127
Ottimo, il servizio di streaming on demand dei contenuti e’ gestito da un server un Wowza Media Server.

Cercando un po’ in giro, ho trovato questo thread che spiega come si possono aprire direttamente i diversi tipi di streaming disponibili. Nella sezione Playback alla voce “RTSP/RTP player or device” ho notato un formato di indirizzo molto simile a quello visto nell’html:
rtsp://[wowza-address]:1935/vod/_definst_/mp4:myvideos/sample.mp4
che, trasposto con quello letto nell’html, diventa: rtsp://portal.italolive.it:1935/vod/_definst_/mp4:movies/Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4
Aperto il fido VLC, ho inserito quindi l’indirizzo e bingo, lo streaming del video si e’ aperto.

Il gioco e’ fatto, basta aprire l’indirizzo precedente con una qualunque applicazione Android in grado di leggere streaming rtsp, come ad esempio MX Player e buona visione a tutti!

Bonus track: facile pensare che, una volta ottenuto l’indirizzo della sorgente RTSP, grazie al parametro -dumpstream di mplayer, sia possibile salvarla in locale. Ma eseguendo il comando
mplayer -dumpfile Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4 -dump rtsp://portal.italolive.it:1935/vod/_definst_/mp4:movies/Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4
mplayer mi ritorna il seguente errore:
“A single media stream only is supported atm. rtsp_session: unsupported RTSP server. Server type is ‘Wowza Media Server 3.0.4 build1127′.”
Anche in questo caso un po’ di sana ricerca mi ha portato alla soluzione del problema: sostituire il protocollo RTSP con RTMP, trasformando il comando in:
mplayer -dumpfile Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4 -dumpstream rtmp://portal.italolive.it:1935/vod/_definst_/mp4:movies/Burn-after-reading_ita_854x480_3000kbps.mp4

** LO RIPETO ANCORA **: non voglio in nessun modo incitare utilizzi dei contenuti del portale in modi che vadano oltre quanto consentito dal portale stesso. Solo spero che presto il servizio offerto permetta una visione dei film offerti anche da tablet e smarthphone Android, e nel frattempo mi arrangio come posso.