Cosa hai fatto ogni giorno per insegnare il bene, per insegnare l’amore

Oggi, forse, ho aggiunto un altro tassello importante nella ricerca introspettiva della mia ragione di vita, del mio “perché sono qui e ora”, dopo che qualche tempo fa ho finalmente riconosciuto a me stesso, e accettato con gioia, che la vera essenza di quello che mi rende vivo, che mi dona il sorriso, è aiutare le persone a migliorare la loro condizione. In qualunque ambito o situazione, esercitandomi e crescendo nella compassione, con un’accezione più buddista del termine, rispetto al significato latino. Senza la pretesa di aiutare solo “chi ne ha bisogno”, perché la disarmante e candida realtà è che tutti abbiamo bisogno di aiuto, e tutti ne meritiamo.

Ieri ho visto un tweet che parlava della Siria e di come, probabilmente, siano state usate armi chimiche sulla popolazione, con foto di bambini all’ospedale. Oggi leggo un altro post, e da li un altro ancora, ma dello scorso anno. Le immagini mi colpiscono con una forza devastate, sento il profondo bisogno di fermarmi e meditare per non lasciarmi scorrere addosso questa sensazione. Una sensazione che ha risucchiato in un lampo tutta la mia energia, mi ha lasciato grigio e senza sorriso, in un buco nero profondo come la tristezza, lo sconforto e la passiva accettazione negli occhi dei bambini delle foto. Svuotato del mio giallo.

Le facce di quei bambini mi fanno pensare a quella di Leonardo. Grazie a lui sto scoprendo quanto un bambino piccolo sia totalmente indifeso dalle azioni di altri e ne possa solo subire le conseguenze, con una tale capacità di accettazione solo perché ancora sta imparando come si vive. Quando gli succede qualcosa di inaspettato non si arrabbia, al massimo piange, cercando di apprendere e di normalizzare, di creare così la sua aspettativa su come funziona il mondo diventando, per emulazione, parte stessa di quel mondo a cui viene esposto. Essere così innocenti nell’approcciare la vita, così indifesi e in balia dell’ambiente che li circonda, così genuinamente aperti a qualunque cosa accada, mi fa spesso riflettere sulle implicazioni profonde e immense dell’avere la responsabilità sulla vita di qualcuno, sulla sua crescita. Nei loro occhi ho visto gli occhi di mio figlio e di tanti altri bambini che incontro in giro, e mi ha fatto male. Tanto male.

Le foto di una guerra, l’ennesima, che ha portato i bambini all’ospedale, i dottori che provano a ricucire cicatrici, fisiche e mentali, che sappiamo tutti non passeranno mai realmente. E dell’innocenza dei bambini a cui viene imposto tutto questo. C’è sempre un piccolo dubbio che mi rimane quando sento dire che “i civili non hanno colpa in una guerra”, perché in una visione più olistica magari anche il perpetrare una cultura che non ripudia completamente l’odio, ma lo supporta anche solo con quasi impercettibili sfumature giornaliere, può contribuire a portare la guerra all’uscio di casa. Magari, sottolineo ancora. Ma ora, da genitore, non ho il minimo dubbio che i bambini siano innocenti e che sia inequivocabilmente sbagliato e ingiusto esporli a questa forma di male, di dolore, di crudeltà. Anche, più banalmente, a piccole occasioni di non-amore: da quando vengono maltrattati per la noncuranza o egoismo di qualcuno (ancora ricordo la sera al pub con una mamma che aveva lasciato il bambino solo per almeno due ore, a giocare al tavolo con il telefono, mentre lei parlava al bancone con altre persone, e gli occhi tristi di quel bambino e di quante volte avesse chiesto di andare via o di andare a dormire), a quando li si sgrida per colpe che non hanno, ma che dipendono da nostri comportamenti o aspettative. Figuriamoci coprirne il corpo con del sangue, loro o di altre persone. Non hanno colpa di essere li, non hanno deciso, stanno semplicemente subendo le decisioni di altri.

E, durante la meditazione, ho realizzato con chiarezza due cose:  la prima è che non si può combattere per il bene, è un ossimoro. Ma si può provare a diffonderlo, ogni singolo giorno. E la seconda è che, pur non avendo ancora afferrato il “perché sono qui e ora”, nel frattempo voglio misurarlo sul cosa ho fatto ogni giorno per insegnare il bene, per insegnare l’amore. In attesa di arrivare a capire il senso stesso delle mia vita.

Non posso salvare tutti i bambini esposti alle guerre e alle occasioni di non-amore quotidiane. Ma insegnare è il cardine, è l’atteggiamento attivo potenzialmente in grado di portare un cambiamento. Senza, vincerebbe ciò che istintivamente siamo in termini evoluzionistici: esseri viventi con un forte individualismo che lottano per la loro sopravvivenza e supremazia. Un individualismo antitetico al nostro tendere a diventare esseri sociali. Individualismo che, alla fine, porta a bombardare i bambini con armi chimiche.

Per referenza, queste sono le tre foto, tra le molte presenti, che mi hanno colpito piu’ di tutte. I crediti vanno ai rispettivi fotografi (Sameer Al-doumy e Abd Doumany),

CodeTheFuture @ Frog Milano, NinjaBoo e un altro hackathon nello zaino

NinjaBooSperimentare, stupirsi, scoprire nuovi tool ed esplorare scenari innovativi e divertenti anche se un po’ strampalati. Questo il mio approccio quando partecipo ad un hackathon, e CodeTheFuture, organizzato da Frog Design a Milano, non ha fatto eccezioni.

Su cosa mi sono divertito stavolta? Grazie a Fiorenza che ha portato un MindWave (e che ci ha messo l’idea di base), ci siamo giuggiolati nel creare una specie di nascondino mind-powered. Ambientato in un dojo dove si addestrano i ninja, lo scopo del gioco di tutti i giocatori e’ quello di scovare gli altri e fare un bel “Boo” alle spalle per farli spaventare e fargli perdere una vita (spavento rilevato appunto attraverso il MindWave). Ma attenzione, perche’ se si e’ troppo agitati mentre si va alla ricerca degli altri, il proprio smartphone inizia a suonare ed illuminarsi, rendendo piu’ facile essere trovati. Insomma, occorre essere calmi e letali nel fare “Boo”, controllo che solo i veri ninja sanno avere. Cosi’ e’ nato NinjaBoo.

Tecnologicamente parlando, io e Fiorenza ci siamo occupati di creare l’app Android che gestiva il gioco e leggeva i dati del MindWave, Christian ha realizzato il backend in PHP per raccogliere i giocatori partecipanti e tenere aggiornata la classifica delle morti di ognuno durante il match (rilevate e trasmesse dallo smarthphone) e poi ho creato un’app su Android Wear per avere sotto controllo le proprie morti e il tempo mancante alla fine del match con un semplice gesto del polso. Tutte le lodi del mondo a Laura che, da brava visual designer, ha saputo rendere la nostra idea bella, presentabile e usabile!

Un paio di considerazioni sul MindWave sono d’obbligo: Collegabile via bluetooth, l’aggeggio legge le onde celebrali, fa i suoi calcoli e restituisce tre valori: livello di emotivita’, livello di attenzione (entrambi su una scala discreta da 0 a 100) e occhi chiusi o aperti, una o due volte al secondo circa. Questi due valori hanno andamenti direi “un po’ bizzarri”, pero’ in situazioni abbastanza stabili sono accettabilmente veritieri. Ad esempio, ascoltando una canzone che piace, il livello di emotivita’ e’ quasi sempre a fondoscala e quello di attenzione quasi sempre vicino allo zero, perche’ l’azione e’ qualcosa che facciamo con piacere e quasi distrattamente. Se invece cantiamo la stessa canzone, anche l’attenzione sale di molto, visto che cantare impegna molte risorse (seguire il testo, ricordarsi le parole, modulare la voce, cantare ecc). Anche pensare a certi concetti felici fa salire l’emotivita’ e mantiene bassa l’attenzione, ma pensarci troppo fa salire quest’ultima. Insomma, due valori sono pochini per fare grandi “letture del pensiero”, ma quando si considera il contesto, allora qualche deduzione e’ possibile. Con questo approccio abbiamo “intervistato” dei volontari scelti mettendoli a loro agio, facendo domande facili e tranquille, e poi spaventandole improvvisamente per registrare come variavano i loro livelli (come valori nel tempo), e alla fine abbiamo trovato un modello accettabilmente preciso che rilevasse questo picco di paura. Divertentissimo, per noi sicuramente, per gli intervistati forse un po’ meno ;).

Pur essendo ancora troppo invasivo per passare inosservato, gli scenari che si aprono sul suo utilizzo sono comunque molteplici. Interessante pensare ad un prof o un relatore che riceve feedback immediati sul livello di attenzione (e di occhi chiusi) durante la propria lezione direttamente da MindWave indossati dall’audience, cambiando stile di presentazione oppure rompendo gli schemi quando questo scende troppo. Inoltre una sessione di laser game (o soft air) offre il perfetto scenario dove indossarli, dovendo gia’ portare un casco. Che dire: siamo agli inizi, ma la percezione che ne vedremo delle belle ed interessanti e’ davvero forte.

PartecipantiParlando dell’hackathon in se’, giudizio piu’ che positivo, esperienza da consigliare! Cercando il pelo nell’uovo, c’e’ qualcosina che avrei organizzato diversamente. Piccole migliorie nella cura dell’ambiente soprattutto. Ad esempio con musica durante l’evento: vero che si possono sempre usare le cuffie, ma mettersele automaticamente ti isola. E in un hackathon contaminazione e condivisione sono tutto. Inoltre, nonostante pranzo e cena siano stati davvero di qualità, avrei aggiunto qualche snack, delle barrette, un po’ di frutta e paninetti sparsi per calmare i morsi della fame durante il resto del tempo. E magari anche l’orario: con lo stop al codice alle 21 e proclamazione dei vincitori alle 23.15, chi doveva tornare a casa lontano da Milano non ha avuto vita facile. Infatti dei ragazzi di Roma sono dovuti scappare appena fatta la loro demo (tutto il mio rispetto per essere venuti), io ho preso l’ultimissimo treno utile per Pavia e i ragazzi di Bologna anche avevano almeno un paio d’altre ore davanti per tornare a casa. Comunque puntigli, niente di piu’.

Pensando invece a cosa e’ andato magnificamente, direi su tutto il numero di partecipanti: avere 5 team a presentare gli hack realizzati ha permesso di scendere nel dettaglio delle idee, *giocare con i prototipi realizzati* (e non con 3 slide a team da mostrare in rapida successione nel mezzo di un susseguirsi ininterrotto di altre presentazioni), fare domande, discutere. Sorridere e non sbadigliare. Ed ha anche permesso ai design di Frog di seguire i vari team, fornire supporto e cultura dalla fase di brainstorming a quella di presentazione, a me di scoprire gli hack degli altri team durante la giornata, un po’ dando una mano con qualche problema da risolvere, un po’ curiosando. Tutto ossigeno per la mia mente!

NinjaBoo, the winner team of CodeForFuture Come dicevo all’inizio, adoro gli hackathon perche’ sono il vero (e direi anche unico) momento creativo di un team (dev e designer) libero da ogni vincolo di obiettivo necessariamente significativo. Puoi tentare un’idea, disegnarla e codarla perche’ ti piace, sperimentando nuovi tool (ma dove ero io quando hanno pubblicato Retrofit per Android? Tutte le librerie dovrebbero essere fatte cosi’ bene!!) per il solo gusto di metterci le mani sopra. E’ il momento magico del dev per uscire dalla propria zona di comfort ed esplorare. Rischiando solo un po’ del proprio tempo, ma ricevendo in cambio sensazioni positive, cultura e, soprattutto, un sacco di nuove e utilissime interazioni sociali. E no, non devono essere necessariamente l’occasione per “fare una startup”, ci sono altri eventi per quello.

Vabbe’, puoi quando vinci anche, allora “Everything is awesome“! ;)

Un altro hackathon, un’altra bella esperienza da ricordare

HackItaly 2013“Se ci sono cose che senti come parte di te, e’ inutile combatterle o reprimerle, piuttosto dai loro corso, e troverai la felicita'”. Con questa autocitazione d’altri tempi in mente, dopo una pausa forzata durata quasi due anni, ho deciso che era il momento di sporcarsi nuovamente mani e piedi con il codice, perdere un bel po’ di ore di sonno, pensare a come realizzare un’idea infattibile in un tempo improponibile. E via, macchiva direzione HackItaly Camp.

Nessuna cronaca dell’evento, ma solo alcune considerazioni di varia natura.

La prima: perche’ lo fai? Questa e’ facile: perche’ abbiamo l’obbligo morale di vivere quanto piu’ possibile nel nostro stato di flow. E quando codo durante un hackathon, a me capita proprio questo. Totalmente perso nell’idea da implementare, irrimediabilmente assorbito nella bolla che l’evento crea per le 7/10/12/24 ore della sua durata, appassionatamente immerso in pensieri creativi. Avere gia’ chiaro quello che ti aspetta mentre le tue mani danzano, quasi da sole, su quello che stai ancora facendo. Solo possibilita’, qualche problema da risolvere che separa da queste, e la piu’ completa, disinteressata e coinvolgente gioa del fare. Fallire, perche’ tra la fretta, la stanchezza, i cambi di luna e le distrazioni, di errori ne fai tanti. Ma poco importa, perche’ si va ad un hackathon per immaginare, per creare, per divertirsi. Materia creativa allo stato grezzo, di colore bianco puro: tutto dipende dalle tue decisioni e dalle tue capacita’. E’ una delle piu’ belle palestre per crescere nella consapevolezza dei propri limiti.

La seconda: con chi lo fai? Con chi so capace di condividere questo tipo di approccio. Se poi sono amici di lunga data o ragazzi conosciuti sul momento, poco importa. La bella cosa dei dev, quelli veri, e’ che non fanno distinzioni di titoli, stato sociale, ruolo sul lavoro o esperienza. Se vedi che anche l’altro (o l’altra) ha quello sguardo furbetto di chi sa titillarsi nello sperimentare, compiacersi di aver fatto una cosa nuova sbattendo e risbattendoci il muso, preso dalla tecnologia e dalla voglia di metterci su le mani (se riconosci in lui, insomma, alcuni tratti tipici dell’essere nerd), tanto basta per essere subito amici.

La terza: come potresti farlo meglio? Come per ogni cosa, c’e’ sempre spazio per migliorare. Grande cruccio di questi hackathon cosi’ grandi (saremmo stati in pocomeno di 300) e’ la gestire della fase di presentazione di quanto realizzato. Pitch di 1/2 minuti, per rimanere nell’oretta e mezzo di tempo, purtroppo spesso vanificano le 24 ore di lavoro, possono banalizzare le cose fatte dai team e diluiscono la passione e lo sforzo che ci sono voluti per ottenerle. Vero che l’importante di un hackathon non e’ vincere, ma divertirsi, pero’ la condivisione del proprio hack rimane un tassello fondamentale di quel divertimento, almeno per me. Perche’ insegno qualcosa, perche’ imparo moltissimo dagli altri. E ancora non sono riuscito a trovare una buona soluzione di compromesso, anche negli eventi che ho realizzato io stesso, Android University Hackathon compreso.

Inoltre, proprio perche’ creare il tuo hack ti assorbe cosi’ tanto, c’e’ il rischio di chiudersi in un ermetismo da sviluppo. Per ovviare a questo problema, oltre ad organizzare attivita’ sociali durante l’evento (cena ed altro), si potrebbero anche dare dei “punti socialita'” ai team che si impegnano, in qualunque modo, a rendere l’intero evento piu’ social, piu’ condiviso.

La quarta: cosa ti riporti a casa? Ovviamente del gran divertimento, nuove avventure condivise con i miei amici, le riflessioni fatte fino ad ora e il fatto che la multidisciplinarita’ che scaturisce dal contatto con gli altri e la voglia di buttarsi vincono sempre. Perche’ un hackathon, alla fine, questo ti insegna: essere dannatamente focalizzati verso un’obiettivo creativo, con il sorriso pero’ sulle labbra, assieme ad altre persone. Grazie a FrancescaPaolo, Marco per questa avventura :)

ll lunedi’ nero di Trenord (e anche il mio)

Stazione-Rogoredo

Un obiettivo: prendere l’aereo a Malpensa alle 11.10, partendo da Pavia il lunedi’ mattina. 88km di strada, in macchina ci si mette meno di un’ora. Diversi collegamenti ferroviari con treni frequenti, qualche alternativa anche via autobus, impresa fattibile. Soluzione scelta: Pavia – Milano Bovisa con treno S13 e poi Bovisa-Malpensa con treno Malpensa Express. Due ore stimate, con un po’ di cuscinetto che non fa mai male. E invece quando Murphy ci si mette, non ce n’e’ per nessuno. Cronaca di un’epopea che fa emergere diverse carenze di un’infrastruttura fondamentale di uno stato, quella dei trasporti.

Parto da Pavia con la S13 (che nasce proprio da Pavia), ma dobbiamo prima aspettare il passaggio sulla tratta di un altro treno con maggiore priorita’. Niente di nuovo sotto il sole, succede molto spesso (di norma 3 giorni su 5). Alla fine, arrivo a Milano Nord Bovisa con un ritardo di 15 minuti, tanto basta a farmi perdere la coincidenza con il Malpensa Express che sarebbe partito alle 8:42. Fortunatamente c’e’ quello delle 9.42, dovrei ancora farcela. E invece, arrivato in stazione, mi cadono le braccia.

Per alcuni non precisati motivi, tutti, ma proprio tutti, i treni sono in ritardo o vengono cancellati, con paralisi estesa della viabilita’ ferroviaria. 20/30 minuti se va bene. E’ un terno al lotto, le persone aspettano davanti al tabellone sperando che qualcosa arrivi, prima o poi. Leggo che il treno delle 9.42 ha 10 minuti di ritardo, dovrei farcela lo stesso. Mi dicono inoltre che il Malpensa Express, costando i suoi 11 euro, e’ prioritario e quello delle 8,42 e’ partito in orario. Bene. Valuto l’idea di prendere un taxi, ma alla fine rinuncio visto che, nonostante i 35 minuti di tempo necessari per percorrere 48 km che Google Maps mi da, e’ noto a tutti che non ci si mette mai meno di un’ora, a causa di ingorghi e problemi sulla strada. Il lunedi’ poi, mi dicono, ci vuole ancora di piu’, come minimo un’ora e mezzo. Sarei troppo al pelo, rinuncio. Con un treno invece che sarebbe arrivato di li a 10 minuti e che comunque ci mette 30 minuti per arrivare, sono abbastanza sicuro di potercela ancora fare.

Passano 10 minuti, il personale ai tornelli non sa niente, guardano anche loro il tabellone degli orari che ormai e’ diventato come l’oracolo. Alle 9.40, ancora 10 minuti di ritardo dichiarato, ancora ho speranze. Poi si fanno le 9.50, nessun binario annunciato per l’Express. Poco dopo i minuti da 10 passano a 20. E dopo altri 10 minuti, siamo a 30 dichiarati. Un ritardo in crescita progressiva. Alla fine, sui binari, il treno arriva con 35 minuti di ritardo. Corro all’aeroporto, l’aereo deve ancora arrivare per problemi a Zurigo ma hanno gia’ chiuso la procedura in imbarco bagagli e check-in: non si parte :(

Valuto alternative, cambi volo, altre compagnie: no way. Riparto per Pavia verso le 12, arrivo alle 16.30. Treni cancellati all’ultimo secondo e stessa storia anche sulla via del ritorno, 4 ore per percorrere questi 88 km, peggio della mattinata. In bici ci avrei messo di meno. Parlando con il personale delle varie stazioni, un tassello alla volta, riesco a capire cos’e’ successo: Domenica hanno cambiato gli orari dei treni, ma non hanno aggiornato i turni del personale, e senza capotreni e macchinisti disponibili, molti treni rimangono semplicemente fermi alle stazioni, spenti. Il problema c’e’ stato anche con gli altri operatori, ad esempio quelli ai tornelli, ma essendo solo una sessantina di persone, mezza giornata di forsennato lavoro manuale, qualche abaco qua e la, e dei turni d’emergenza sono stati approntati. Ma per gli altri, visto che sono di piu’, ci vorra’ molto piu’ tempo.

Stamattina (martedi’), dopo 24 ore, uno pensa che la situazione si sia normalizzata (eh, il mio animo da ottimista, smentito poi dai fatti). Pur essendo convinto che non ce ne sara’ bisogno, stavolta che ho l’esperienza dalla mia, appronto un piano di attacco degno di Sun Tzu. So che partono piu’ treni da Cadorna o Bovisa rispetto a Centrale, quindi confermo la soluzione del giorno prima. Parto 4 ore prima del volo, alle 7 da Pavia, cosi’ posso prendere il Malpensa Express delle 8 e qualcosa, 8.33, 8.42 e 9.42. Ben quattro treni di tolleranza, sembra un margine insensatamente precauzionistico, ma preferisco perdere ore in aeroporto che non partire neanche stavolta. Arrivato a Bovisa,  stessa storia di ieri. Ma non mi faccio trovare impreparato: inizio subito a chiedere al personale ai tornelli di farmi sapere se il Malpensa Express e’ partito da Cadorna oppure no, e alla fine li tampino cosi’ tanto che si accordano per farsi richiamare dai loro colleghi in Cadorna quando il treno sara’ partito, perche’ si accorgono anche loro che il tabellone degli orari non e’ affidabile. Il treno delle 8:33 arriva verso le 9 e qualcosa (anche qui con ritardi progressivi, fino alle 8:35 sembrava addirittura in orario dal tabellone), quello della 8:42 viene soppresso e non so che fine possa aver fatto quello delle 9:42. Ma sono arrivato sano e salvo in aeroporto.

Cosa ho imparato

Non mi fidero’ mai piu’ di Trenord, Trenitalia o Tren-salcavolo cosa. E un cliente che non ha fiducia in un servizio ma e’ costretto ad usarlo dato che non ci sono alternative, e’ una situazione a cui un po’ tutti i libri di marketing sconsigliano di arrivare.

Non basatevi sui cartelloni per sapere i ritardi reali: scassare sempre le scatole al personale per informazioni, e se dicono che non lo sanno, chiedere loro di informarsi alla stazione dal quale il treno dovrebbe arrivare, ed insistere, insistere, insistere. Con cortesia e gentilezza, ma insistere. Sono cose che loro hanno modo di sapere, ed e’ assolutamente inadatto il dover dipendere da un cartello. Per la cronaca, era in panne anche il sito m.viaggiatreno.it, che uso da tempi immemori per sapere i reali ritardi dei treni.

Un’informazione piu’ trasparente alla stazione aiuterebbe le persone a scegliere meglio eventuali alternative (bus, taxi, altro). E invece il servizio offerto nasconde molto, troppo. Come mai non indicano che il treno non e’ partito ancora? Come mai non vengono mostrati i ritardi *reali*, considerando che basta andare su m.viaggiatreno.it per averli, e quindi le informazioni ci sono e sono pubbliche? Come mai non si sa un cavolo di niente e bisogna aspettare, aspettare, aspettare? I gli stranieri, come li trattiamo?

Ma sara’ davvero il software che ha sbagliato oppure il problema e’ dentro un’azienda che, nel suo processo di burocratizzazione, si e’ dimenticata della sua funzione principale, quella di fornire un servizio? E’ normale che una cosa cosi’ importante come il cambio di orario sia andata male, sia sfuggita a tutti i controlli e simulazioni del caso e, dopo 36 ore, e’ ancora li che deve essere risolta? O e’ incredibile, o e’ un filino vergognoso. Oppure entrambe!

E per finire, una perla: avete notato che quando ci sono tanti treni in ritardo, i tabelloni vanno in panne perche’ non hanno piu’ spazio per mostrare i nuovi treni, quindi capita il paradosso che alle 8:43 siano mostrati solo i treni fino alle 8:40 e non tutti i nuovi?

#fail :(

Update: Dicevo di Murphy. Ecco, arrivato a Zurigo il mio aereo aveva piu’ di un’ora di ritardo, e quindi ho perso la coincidenza per San Francisco, rimando a Zurigo fino al giorno dopo. In pratica, Pavia – San Francisco 3 giorni, neanche fossi andato a nuoto :S

Perche’ saranno (anche) i developers a salvare il mondo

Rompo il silenzio di questi mesi (non ho proprio il tempo per scrivere niente purtroppo) per riportare un bellissimo scambio di email a cui ho assistito oggi. Riguarda la guerra in Israele e sulla Striscia di Gaza e viene da alcuni membri di un Google Developer Group (una community locale di sviluppatori).

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Thank you for your interest! 

Here in Israel we are trying to continue life normally as much as possible, hoping for the fighting to end soon, so far we have 3 dead civilians from the southern part of the country, and alerts going all day long there. People spend a lot of time in shelters.

We have decided to organize a special hackaton for creating apps to help people during these times, for example, maps of closest shelters, real time alerts, and so on, and we hope it to be successful. The Israeli GDGs are all participating in organizing this hackaton…

Let’s pray for good :-)

Tel-Aviv GDG, Israel
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E poi, pochi minuti dopo, la risposta di un’altra persona

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Just wanted to add that despite the situation we are open to collaboration with our Palestinian neighbors, so if there’s any one reading this – please let us know if you want one!
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Ecco, a me queste cose toccano davvero il cuore, e mi fanno capire come davvero la solidarieta’ e l’amore tra le persone poco se ne fa dello stereotipo dei nerd con gli occhialoni spessi, sociopatici e tendenzialmente incuranti del resto del genere umano.

Cosa mi piace

Mi piace muovere le dita dei miei piedi nudi nell’erba scaldata dal sole.

Mi piace guardare il cielo che cambia quando sorge il sole, e il rumore pacato delle onde che accompagnano l’alba. Mi piace perdermi nei colori del tramonto e nella soffice consistenza delle nuvole rosate.

Mi piace svegliarmi la mattina con le finestre socchiuse e stiracchiarmi fino all’ultimo muscolo sul letto.

Mi piace l’odore del rosmarino, della vaniglia, e toccare le foglie delle piante per poi annusare le mie dita.

Mi piace l’odore del fuoco del campo, del fuoco fatto con la legna vera, con la resina, con lo scoppiettio e con le stelle che ti stanno a guardare.

Mi piace chiudere gli occhi e percepire quello che c’e’ intorno a me con tutti gli altri sensi.

Mi piace mettere mani e testa fuori dal finestrino della macchina e resistere alla forza del vento.

Mi piace l’odore dei campi fioriti, quelli gialli, con le cicale che cantano in sottofondo.

Mi piace guardare una persona quando e’ dedicata e proiettata in cio’ che fa. Mi piace l’entusiasmo in ogni sua forma.

Mi piace mettere le mani nel fiume che scorre, percepirne le tante correnti e pensare che la vita e’ un po’ cosi’, una rapida successione di mutevoli forze che si incontrano.

Mi piace guardare il mondo da una prospettiva piu’ alta, per scoprirne le trame che, dal basso, non si possono vedere.

Mi piace ascoltare alcuni tipi di musica classica, quella che fa parlare solo gli strumenti, che li accomuna nella loro diversita’, e che trasmette l’energia di chi l’ha composta.

Mi piace l’odore dell’olio fatto in casa e quel suo gusto cosi’ profondo.

Mi piace quando le persone mi sorridono, quando i miei genitori mi sorridono, quando mio fratello mi sorride, ma sopratutto quando nonna mi sorride, perche’ e’ difficile sorridere sapendo di essere vecchi.

Mi piace correre con il corpo e lasciar correre la mente standola ad ascoltare mentre lo fa.

Mi piace quando imparo qualcosa di nuovo, quando sento di aver migliorato me stesso, quando soffro ma mi conosco meglio.

Mi piace perdermi nelle storie fantasy, immaginando di essere un mago.

Mi piace appoggiare i piedi nudi sulla mattonela calda del pavimento, come quella vicino all’armadio di casa dei miei.

Mi piace il rumore che fanno 15 cm di neve fresca quando li pisto. O il non rumore quando ci surfo sopra con la tavola.

Mi piace l’odore del tiglio sul finire della primavera

Cronache dei miei Hackathon, e le idee realizzate

Hackathon: maratone di coding dove la passione si mischia alla creativita’, la stanchezza fisica e mentale alla gioia di veder nascere, riga dopo riga, qualcosa che spesso e’ un incredibile prototipo neanche lontanamente immaginato solo qualche ora prima. Oltre ad organizzarne con il WhyMCA, mi piace anche parteciparci. Di seguito la mia personalissima “Hackmission, a crazy developer history”.

OverTheAir Settembre 2008
Primo hackathon a cui abbia mai partecipato, mi e’ sempre rimasto nel cuore. Londra, in notturna, dentro una struttura universitaria, quando il Nokia N95 era ancora il top della gamma. Assieme a Robert, conosciuto sul posto, realizzammo S.N.O.B – Social Network Open Butler, un’applicazione per Windows Mobile in grado di prendere gli avatar di Twitter e di Facebook (che a quel tempo erano ancora accedibili pubblicamente e anonimamente) e associarli ai contatti della propria rubrica. Robert si occupo’ del webservice PHP che tirava fuori l’immagine in base al nome del contatto che il mio client gli passava, io del client per Windows Mobile, appunto, che verificava tutti i nomi della rubrica, faceva una ricerca dei loro avatar e proponeva se associarli o meno al contatto. Vincemmo nella categoria “Most practical / ready for market”, assieme ad uno smartphone Sony Ericsson in palio.

OverTheAir Settembre 2009
Ad un anno esatto dal primo, sempre a Londra e sempre in notturna. Assieme a Stefano e Robert creammo S.A.Y – Something Around You. Un’applicazione per Android che, in base alla posizione corrente, capiva i luoghi limitrofi grazie all’uso di Yahoo Query Language, interrogava Flickr per ottenere foto riguardandi quei luoghi e, alla fine, le visualizzava in realta’ aumentata sfruttando le API di Wikitude. Era anche in grado di ottenere informazioni sugli spettacoli cinematografici circostanti, con tanto di locandina del film, breve descrizione e orari. A Stefano e a Robert la realizzazione dei webservice che ottenere i dati, a me quello del cliente Android per realizzarli. Primi nella categoria “Best use of Yahoo APIs“,  ci riportammo a casa una macchina del caffe’ Nespresso.

HackItaly Febbraio 2011
Dopo un anno di assenza forzata dall’OTA, finalmente anche il panorama italiano si era aperto agli hackathon. Cosi, improvvisando in mattinata un team assieme a Magnum e Sammy, abbiamo dato vita a Contestr. L’idea con cui ero partito il giorno prima era quella di realizzare un servizio che permettesse di gestire gare di snowboard tra rider: ti iscrivevi ad un contest e poi giravi sulle piste, accumulando punti in base alla velocita’ raggiunta, chilometri percorsi, trick eseguiti (letti in grazie a giroscopio ed accelerometro). Alla fine della giornata avevamo messo in piedi un sito per organizzare caccie al tesoro in giro per la citta, con prove composte dal checkin in certi luoghi, prove a tempo di corsa e i punti fatti venivano raccolti e trasformati in digital goods grazie a Beintoo. Magnum e Sammy hanno curato il backend in ROR e io invece ho realizzato il client Android. Vittoria come miglior uso delle API di Beintoo e per quelle di Nokia Maps, con un bottino composto da un viaggio in una capitale europea, un Nokia N7 e hosting gratuito su Top-ix per un anno. Estratto a sorte tra noi tre, il viaggio e’ toccato a me.

HackItaly Settembre 2011
Per questo secondo appuntamento sono riuscito a coinvolgere Paolo e Mauro. Nonostante le poche API a disposizione tra cui scegliere, abbiamo partorito Kinect Says, versione aumentata del gioco Simon Says: dall’iPad/iPhone si schiacciavano una sequenza di tasti colorati su una griglia 3×3, accompagnati da una musica riprodotta in streaming grazie alle API di Play.me. Questi tasti premuti venivano salvati sul backend e letti da un’applicazione Windows WPF che, avviata la partita, li riproduceva su una griglia a schermo e, grazie al Kinect SDK, controllava se il giocatore riusciva a “colpirli”, muovendo le braccia nella loro direzione prima che questi scomparissero. sostituiti dal nuovo riquadro da colpire. Sul device del primo giocatore, inoltre, venivano mostrate le mosse giuste e quelle mancate dell’avversario, visto che il match poteva anche essere giocato in contemporanea. Sembra una roba tranquilla, ma vi assicuro che alla fine era una sequenza molto frenetica. A Paolo e’ toccata la realizzazione del client iOS, a Mauro quella del backend in PHP e io ho fatto l’applicazione WPF che parlava col Kinect. Oltre ad un divertimento spropositato, ci siamo portati a casa una XBox 360, come premio per la categoria delle API Kinect.

OverTheAir Settembre 2011
Partiti in sordina, io, Paolo e Andrea ci siamo trovati seduti in un prato sopra alle nostre beanbag, bevendo birra e ammirando le stelle (si, una notte inglese atipicamente calda e serena), e abbiamo partorito l’idea di Hack-The-Mansion, grazie anche allo zampino creativo di Andrea che ci ha fatto compagnia durante il birrastorming. Lanciati nell’impresa, alle 15 del giorno dopo era pronto un gioco per Android che si ispirava al Monopoli, ma molto piu’ articolato. I giocatori dovevano leggere dei QR-Code attaccati sui luogi del campo da gioco (idealmente alberghi o monumenti o altro). Se quel luogo non era stato ancora prenotato da nessuno, c’era l’opzione di prenotarlo per un numero variabile di turni. Se lo era stato, si doveva pagare al proprietario una “tassa di soggiorno” per la durata del turno. Questi flussi di ota-coin componevano il punteggio dei giocatori, che poteva essere incrementato acquistando nuovi ota-coin tramite le Mobile Payment Libraries di Paypal, oppure rispondendo correttamente a delle domande riguardanti il luogo dove si era, generate dal backend che interrogava dei dataset OpenData, come quelli sulla densita’ di popolazione, il numero di abitanti ed altro. A me il client Android, a Paolo e Andrea il backend in ROR. Devo dire di non aver mai scritto tanto codice in un solo hackathon, ma ne e’ valsa la pena: abbiamo vinto il premio come “Best Android Application” e quello come “Best Game”, per un totale di 3 libri, 2 Sony Ericsson Xperia Xplay e ben 3 Nexus S. Insomma, non sapevamo piu’ dove metterli nel bagaglio di ritorno a casa.

 

Considerazione di fondo. Partecipo agli hackathon sopratutto per divertirmi e per mettere alla prova le mie capacita’. Poi certo, vincere non dispiace mai, ma l’emozione di creare qualcosa che non e’ la solita applicazione che fai al lavoro, dove sacrifichi senza problemi stabilita’ per funzionalita’, dove provi a fare cose cosi’ avveneristiche che magari riutilizzerai tra un anno di tempo, dove scopri quanto e’ bello e ricco il mondo dei mashup tra librerie ed API… Beh, e’ questo il vero premio per 9 o piu’ ore di stress mentale, o per la notte passata in bianco. Ma ne valgono tutte la pena, minuto per minuto. Ci vediamo al prossimo hackathon!